L’idea di fare il mio terzo Cammino di Compostela-Finisterre è arrivata, proprio come una folgorazione, in una calda mattina d’autunno. Mi è entrata in testa all’improvviso, fatale ed inebriante! I passi che si susseguono per oltre ottocento chilometri, in quel lento procedere in avanti fino a raggiungere il mare, col passare degli anni, li sento sempre più profondamente miei, come fossero la metafora stessa della mia esistenza. Dei giorni che passano e che mi completano la vita.

Dall’idea si è passati subito ai fatti e così, durante l’inverno, ho cominciato ad organizzarmi in modo da rimettermi in marcia con l’arrivo della primavera successiva. Ovviamente occhio e mente sono subito caduti sull’attrezzatura. Il mio equipaggiamento da viaggio, ormai collaudato, è rimasto negli anni, praticamente invariato. Bello ordinato, in un angolo dell’armadio, è là che mi aspetta, pronto all’uso: giacca militare, maglione di lana, pantaloni, calze... Mi sono accorto che all’appello mancava però un elemento-base, le protagoniste nel bene e nel male di ogni cammino: le scarpe.


C’è da dire che io non amo molto vestire tecnologico, e il mio stile, con il passare degli anni, è sempre meno legato ai grandi magazzini in franchising e all’immancabile targhetta Made in Asia. Sono infatti fatalmente affascinato dallo stile retrò italiano, l’unico capace di riportarmi agli avventurosi anni in cui sono vissuti Hemingway e Orwell e a tutta l’intraprendente poetica che li accompagna. Quello che indosso deve avere con sé tre caratteristiche fondamentali: deve essere molto buono, molto affidabile ed avere uno stile tutto suo.


Gli scarponcini Priamo, visti sul sito, pur non essendo indicati come “calzature da fatica”, mi han dato da subito l’aria di essere davvero forti. Dalla loro avevano, oltre al fascino dello stile vintage, anche tutte le caratteristiche che a me importavano: la concia vegetale, la tomaia resistente, la suoletta interna in sughero e, soprattutto, le cuciture rinforzate. La tradizione calzaturiera veneta mi garantiva l’altissima qualità e il perfetto connubio tra design e resistenza. Insomma, le ho indossate e provate per due mesi esatti prima di metterle “sotto sforzo” durante il Cammino. All’inizio le immaginavo un pochino rigide. Pensavo potessero fare male ai piedi e che la pelle, come normalmente avviene con gli anfibi, avesse bisogno di tempo e di chilometri prima di prendere la forma. Ecco invece che, con mia sorpresa, gli stivaletti si sono rivelati, da subito, molto più comodi e affidabili del previsto.

Il primo aprile di quest’anno sono quindi partito per i Pirenei e nei trentacinque giorni del mio Cammino, fino a Santiago de Compostela e oltre, fino ad arrivare al mare di Finisterre, ho incontrato sulla mia strada davvero di tutto. Dal sole fortissimo, alla pioggia torrenziale, dal vento, alla grandine e, sulla cima di una montagna, persino un accenno di neve. Ho camminato molto su asfalto, ma anche su mulattiere accidentate e interminabili sentieri di terra, su tratti di strada a volte duri come pietra e a volte fangosi e pericolosamente scivolosi. Sulla mia pelle ho sentito dal freddo intenso al caldo insopportabile. La sete, la fame, la stanchezza e la pesantezza di tutti i miei limiti, fisici e mentali. Giuro! Non una volta mi sono lamentato delle scarpe. Manco una. Questo lo voglio dire. Dal primo all’ultimo giorno hanno fatto il loro dovere.

M.F.Z.