“Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti quanti, qui, in una sera come questa, tra cento anni!”
 Andrea Camilleri  



Siamo legati mani, piedi, mente, a questo ambiente che ci ha costruiti, a questo ambiente che ci impregna delle sue bellezze, che ci insegna le sue decisioni, che sa di dover far emergere in noi la conoscenza, quella ancestrale, che serbiamo laggiù, lontano, nei recessi della nostra mente. E’ il motivo per cui sarebbe bello “...ritrovarci tutti qui…” nell’unico luogo che possiamo abitare “...in una sera come questa…” per sempre. Perché questa casa è bella da abitare.

Ulisse tornò alla sua isola, la più bella di tutte perché era quella che aveva preso dimora dentro di lui. Quel “ritorno rappresentava la riconciliazione con la finitezza della vita” (MILAN KUNDERA L’ignoranza) era IL LUOGO ove ogni mattoncino si era assemblato e l’aveva costruirlo.  
    



Parto da queste citazioni per parlare della nostra casa, del nostro ambiente. Sono vissuto per troppi anni nel tentativo di creare un’alleanza sostenibile con la mia terra, quella che mi alloggia dentro, per non dire alcune cose per me importanti.

Essere preoccupati è necessario, è molto di moda esserlo per l’AMBIENTE ( la TERRA che ci accoglie) e per noi uomini che ne condividiamo il percorso da qualche millennio. La paura è che questa alleanza finisca per colpa nostra.  

La paura è fondata, ma riguarda solo noi umani, la TERRA non è interessata! Esisterà anche dopo di noi.

Penso da tempo che il problema vero sia la nostra incontrollabile capacità di occupare ogni spazio, di riprodurci dissennatamente, di essere troppo invadenti.

Poi ci sono i nostri comportamenti, le cose che abbiamo inventato senza immaginarne le conseguenze e l’atteggiamento che assumiamo quando scopriamo che provocano danni.

E’ quasi evidente dover parlare di plastica: è l’argomento quotidiano da qualche mese anche se da molti anni gli ambienti più colti e sensibili all’inquinamento, ne conoscono la pericolosità.



Ne siamo letteralmente avvolti. La mia piccola famiglia, pur ponendo attenzione a non usarne troppa, produce un sacco di plastica ogni settimana che va al riciclo e un sacchetto di indifferenziata ogni due mesi. La carta va al recupero, ma anche quella è un problema non da poco, essendo carta inquinata, dato che le riviste sono sempre patinate con plastica e gli scatoloni sono sempre chiusi con schoch plastico.

 FOLLIA? No abitudini consolidate!!!!!

La plastica va a riciclo e con questa si  producono altri manufatti che, per avere delle resistenze meccaniche adeguate all’uso che se ne farà, devono essere costituiti oltre che della plastica riciclata anche di plastica vergine, altrimenti si spacca tutto. Oppure con la plastica riciclata si producono MICROFIBRE con le quali si fabbricano i PILE (vi propongo questo bell’articolo cliccate qui) e con le quali si rivestono LE SCARPE, gli INTERNI AUTO, ecc.

Il riciclo non ci libera dalla plastica, infatti per recuperarla e darle nuova forma dobbiamo aggiungerne altra. In questo modo non ci liberiamo della plastica, ci liberiamo della inquietudine di buttarla.

Molte aziende in ansia da fatturato, affrontano il tema tentando di utilizzare materie prime che rilassino i clienti, dando l’immagine di un impegno assunto: quello di produrre oggetti più SOSTENIBILI, meno IMPATTANTI, più ECOLOGICI. Tuttavia tali aziende, non essendo mai state veramente interessate a questo, perché questo tema non fa parte delle loro scelte di vita e poiché non conoscono l’argomento, si affidano a prodotti accattivanti, che funzionano per fare marketing.

Uno degli esempi calzanti, di questa gestione markettara della mente dei consumatori, è spacciare per comportamento rispettoso dell’ambiente degli equivoci di fatto. Oggi ci sono materie prime per abbigliamento, arredamento e scarpe che sono prodotte con scarti vegetali, peccato che per tenere insieme quegli scarti ci voglia il 50% di poliuretano, cioè plastica che col tempo si frammenta fino a polverizzarsi, diventando un’arma letale per i mari e l’ambiente. Basta non dirlo o rivelare solo una parte del messaggio: tanto il cliente sente il bisogno di essere rassicurato e di entrare a far parte di un sistema virtuoso, che sposerà immediatamente, senza tanto approfondire.

Seguo molti ottimi influencer e comunicatori, copy e designer che cadono in quella trappola, forse per poca capacità di approfondimento ma soprattutto perché soggetti al bisogno primario: tengono famiglia e vengono pagati per soprassedere su frammenti necessari di informazione.

Insomma la plastica c’è, non se ne può fare a meno, forse troveremo qualche batterio che se ne ciberà, ma intanto dobbiamo vendere e l’unica strada, quella che deve essere praticata con la massima disinvoltura possibile, è fare GREENWASHING, così il tempo passa e non si perde fatturato.

Sembrerebbe non esserci speranza… invece vi è sempre una VIA ONESTA e SINCERA da intraprendere, che però non tutti si possono permettere.


Per capire che è necessario percorrere un’altra via, dobbiamo osservare che questo prodotto chimico diabolico che chiamiamo plastica è prodotto in molti modi e con componenti chimiche diverse, che hanno in comune la capacità di impregnare i mari, l’aria, i nostri corpi,  ma che hanno anche soluzioni di uso così convenienti e risolutive di molti problemi, che non ne possiamo fare a meno.

Non voglio scendere nei particolari delle formulazioni, delle fasi produttive, dell’inquinamento che producono, della dipendenza da fonti fossili che creano, della produzione dei GAS SERRA.


Sapendo tutto ciò, come possiamo non fare la scelta di rinunciare alla plastica?
Affronterò solo il tema, trattabile in breve, dei nostri stili di vita, per capire come un’azienda innovativa, invece di nascondersi dietro balle cosmiche, potrebbe semplicemente dire: LA MIA STRADA E’ FAR DURARE MOLTO DI PIU’ CIO’ CHE PRODUCO E COSTRUIRLO PERCHE’ SIA RIPARABILE.

Vi è un elemento costitutivo delle nostre vite che dobbiamo imparare a controllare: L’INSAZIABILITA’ DEI NOSTRI BISOGNI. Questo ha prodotto uno dei comportamenti più deleteri per la natura: L’USA E GETTA.  

Questa nostra capacità di relazionarci con rapidità con gli oggetti e abbandonarli per sostituirli con altri è uno degli elementi che sono stati coltivati con maggior impegno nella pubblicistica moderna. Il bisogno di cambiare in continuazione le cose che ci sono utili a vivere è il prodotto della nostra epoca, poco incline a costruire relazioni durature e ad investire sul valore del tempo. Per tempo intendo quello di produzione del reddito atto ad avere risorse per ottenere un bene, quello della costruzione del bene, quello della sua fruizione. Dovremmo riflettere che vi può essere anche un tempo in cui si costruisce una relazione duratura con esso (manutenzione, riparazione).

La leggerezza con cui ci relazioniamo con gli oggetti, il bisogno competitivo di affermarci attraverso l’ostentazione della capacità di accesso al nuovo, l’incentivo pubblicitario che ci istiga a cambiare, i costi accessibili che non sono tarati sulla qualità ma sulla breve durata, la mancanza di informazioni utili a poter scegliere, il bozzolo all’interno del quale scorrono le nostre vite che ci chiude ogni relazione con l’esterno, la relazione unica con la nostra personale individualità che tendiamo ad affermare sempre oltre ogni limite, la ricerca spasmodica della perfezione nell’immagine che diamo, sono solo alcuni degli elementi che ci allontanano dal senso di responsabilità nei confronti della natura che siamo noi, gli altri, l’ambiente, le relazioni, i bisogni radicali.

Riflettiamo anche sul fatto che la bellezza, il design, l’invenzione non considera più come elemento strutturale della progettazione la conoscenza delle materie prime.

Vi è una via onesta e sincera per cambiare strada!



Da quando abbiamo iniziato il nostro percorso abbiamo sempre puntato sulla lunga durata e sulla possibilità di poter riparare le scarpe. E’ una questione di progettazione e di uso di materiali che siano compatibili con questa soluzione.

Questo ci piace molto!!!

Pensare ad oggetti che fanno parte della nostra quotidianità, che la arricchiscono con il senso della consuetudine, che si adattano a noi e che ci accompagneranno per lungo tempo è bello, rilassante, comodo e soprattutto utile.

Per questo noi scegliamo questa strada anche se va contro corrente. Tutti infatti pensano che se si producono scarpe che durano molto e sono riparabili si è destinati a produrre poco visto che le vendite caleranno in virtù della durata. Noi invece pensiamo, sostenuti dalla reputazione che ci stiamo costruendo, che la stima che i clienti hanno di noi sia il miglior lasciapassare per un futuro roseo.

Un po’ di coraggio ci vuole e anche un po’ di senso del limite, cambiare continuamente costa e non ci dà la soddisfazione che cerchiamo. Soprattutto non ci permette di difendere la casa dove viviamo e dove vorremmo rincontrarci per sempre.

“Gli uomini sono figli dei loro tempi più che dei loro padri.”
   Marc Bloch